venerdì 18 aprile 2008

24 Aprile 2007 Commemorazione Genocidio Armeno

Dal Sito "COMUNITA' ARMENA di ROMA"


In occasione del 93° anniversario del genocidio il Consiglio per la comunità armena di Roma ha promosso la Campagna di sensibilizzazione “Una tragedia che non ha parole” con la pubblicazione di un manifesto in memoria delle vittime del Metz Yeghern.

Si tratta di una campagna unica nel suo genere che prevede oltre che alla pubblicazione del manifesto su alcuni quotidiani (free press ed a pagamento) anche la trasmissione, in formato spot, sui mezzi pubblici provvisti di video.

Lo spot è in programmazione sia sul Canale Moby Tv Metro sia sul canale Columbus (per gli autobus) già dall’ 11 aprile e fino al 30 aprile, con 150 passaggi giornalieri (il palinsesto di programmazione dura circa 6 minuti).
L’iniziativa riguarda 900 autobus a Roma, la linea A della metropolitana romana e sarà esteso anche alle città di Milano (20 autobus), Siena (20 autobus), Firenze (60 autobus) e Bari (70 autobus).

Il manifesto reca la dicitura "24 aprile 2008 - 93° anniversario del genocidio armeno: un tragedia che non ha parole" stampata sullo sfondo di un primo piano di un uomo con la bocca cucita ed è un chiaro riferimento al silenzio che per lunghi anni ha caratterizzato l'immane tragedia che subì il popolo armeno agli albori del XX secolo e che la sottocommissione dei diritti dell'uomo dell'ONU aveva definito nel 1973 «il primo genocidio del XX secolo».

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”, sempre attento, vigile e sensibile alla salvaguardia della memoria del "Metz Yeghern" (Grande Male) e avverso ad ogni sorta di negazionismo, vuole con questo manifesto sensibilizzare l'opinione pubblica ed in particolare le giovani generazioni perché tragedie simili non accadano mai più e affinché la memoria di un milione e mezzo di armeni non sia calpestata in nome di biechi interessi politici od economici. Nella prospettiva di adesione della Turchia all'Unione Europea pensiamo sia giusto, utile e indispensabile che Ankara faccia i conti con il proprio passato, così come fece la Germania con grande coraggio e onestà.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si sente vicino a tutti quegli intellettuali turchi come il Premio Nobel Pamuk, la scrittrice Shafak, lo storico Akcam e tanti altri che, a rischio della propria incolumità, sono coinvolti, da qualche tempo, in una battaglia a favore della verità scomoda che contrasta la "verità" imposta dallo Stato.

24 aprile 2008 "Una tragedia che non ha parole"
Per non dimenticare e sperare ancora in un mondo migliore.

Fonte: http://www.comunitaarmena.it/comunicati/CAMPAGNA%2024%20APRILE%202008.html

La tragedia armena: Il primo "Olocausto" dell'epoca contemporanea. Di Alberto Rosselli 18.04.07

Tra il 1915 e il 1918, all’interno dei confini dell’Impero Ottomano, si consumò quello che venne definito il primo ‘olocausto’ dell’era contemporanea. Una strage che portò all’eliminazione di centinaia di migliaia di cristiani armeni, colpevoli soltanto di appartenere ad un’etnia e ad un credo religioso differente .

di Alberto Rosselli
(pubblicato sul Sito "Comunità Armena di Roma")
Con l’espressione “genocidio armeno” (in lingua armena Medz Yeghern, Grande Male) (1) ci si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo, quello relativo alla campagna contro gli armeni condotta negli anni 1894-1896 dal sultano Abdul Hamid II; il secondo, quello collegato alla deportazione ed eliminazione degli armeni compiute nel corso del Primo Conflitto Mondiale dal nuovo governo della Sacra Porta controllato dai Giovani Turchi. In questa sede ci limiteremo a ricostruire i fatti salienti di quest’ultima persecuzione, soprattutto in virtù delle sue peculiari finalità e metodologie e per il fatto che essa viene ancora negata o contestata – nonostante l’enorme mole di documenti e testimonianze - dall’attuale governo turco. Il sostanziale rifiuto da parte dell’attuale governo di Ankara di riconoscere le responsabilità storiche della Sacra Porta rappresenta non soltanto un chiaro esempio di ‘negazionismo’, ma anche un ingombrante ostacolo all’ingresso nel consesso europeo di questo Paese retto sì da un regime laico ma ancora fortemente permeato di religiosità e di esasperato e malinteso spirito nazionalista.

***

Verso la fine del XIX secolo, la crisi politica, economica e sociale dell’impero ottomano si fece sempre più grave, sfociando in sedizioni e sommosse. A Salonicco un gruppo di ufficiali dell’esercito, affiancato da alcuni esiliati politici turchi confluiti nella Ittihad ve Terakki (il partito Unione e Progresso), iniziò a tramare contro l’incapace e retrogrado governo centrale di Costantinopoli, con l’obiettivo di intraprendere, anche con la forza, un necessario quanto urgente processo di modernizzazione dell’impero ormai sull’orlo del collasso.
Il 24 luglio del 1908, il Comitato Centrale di Unione e Progresso detronizzò il sultano Abdul Hamid II sostituendolo con il più malleabile fratello Muhammad. Seguì un breve periodo di euforia da parte delle minoranze etniche e religiose della Sacra Porta, tra cui quella armena, che confidavano nell’inizio di una nuova era caratterizzata da maggiori libertà. Si trattò però di una semplice speranza destinata a svanire di fronte ai reali e non dichiarati intenti che in segreto animavano i cuori degli appartenenti ad un nuovo partito ‘progressista’, il Movimento dei Giovani Turchi, intenzionati sì a modernizzare economicamente e socialmente il loro agonizzante impero, ma anche ad unificarlo etnicamente e religiosamente, espandendone nuovamente i confini non ad occidente, come avevano quasi sempre fatto i sultani del passato, bensì ad oriente, in direzione della Persia, del Caucaso e delle immense regioni asiatiche centrali, abitate da popoli (tartari, azerbaigiani, ceceni, kazachi, uzbechi, kirghisi e tagiki) linguisticamente ed etnicamente affini al popolo anatolico. La teoria geopolitica intorno alla quale ruotava questo piano si basava sull’ideologia panturanica. Secondo il padre di quest’ultima - l’orientalista, linguista ed esploratore ungherese Arminius Vambery (Ármin Vámbéry 1832-1913) - l’impero ottomano avrebbe infatti potuto e dovuto allargare i suoi confini all’intera area caucasica e asiatico-centrale in virtù della già citata uniformità etnico-religiosa che caratterizzava l’intero “popolo” turco.
Fu per questa ragione che, il 26 gennaio 1913, un triumvirato di Giovani Turchi formato da Ismail Enver Pasha, Talat Pasha, e Ahmed Djemal Pasha – nonostante i precedenti proclami inneggianti l’eguaglianza di tutti i sudditi della Sacra Porta – iniziarono ad organizzare un piano di persecuzione nei confronti di tutte le minoranze, prima fra tutte quella armena, mettendo in piedi un’efficiente struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), coordinata da due medici, Nazim e Shaker, e dipendente dal Ministero della Guerra e da quello degli Interni e della Giustizia.
Nel 1914, con l’entrata in guerra della Turchia a fianco degli Imperi Centrali, i Giovani Turchi poterono finalmente rendere più che palesi le loro intime convinzioni e dare il via ad una sistematica e scientifica persecuzione destinata a protrarsi per quasi tutta la durata del Primo Conflitto Mondiale.
Tra l’aprile e il maggio 1915, i turchi concentrarono i loro sforzi nell’eliminazione dell’élite economico-culturale e dei militari armeni. Il 24 aprile 1915 (che verrà in seguito ricordata come la data commemorativa del ‘genocidio’), a Costantinopoli, circa 500 armeni furono incarcerati e poi eliminati. Tra le vittime vi era anche il deputato Krikor Zohrab che pensava di godere dell’amicizia personale di Talaat Pascià, molti intellettuali, come il poeta Daniel Varujan, giornalisti e sacerdoti. Tra gli uomini di chiesa, Soghomon Gevorki Soghomonyan (più noto come il monaco Komitas), padre della etnomusicologia armena. Komitas fu deportato assieme ad altri 180 intellettuali armeni a Çankırı in Anatolia centro settentrionale. Egli sopravvisse alla prigionia e alla guerra grazie all’intervento del poeta nazionalista turco Emin Yurdakul, della scrittrice turca Halide Edip Adıvar e dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau. Trasferitosi nel 1919 a Parigi, Komitas, sulla scorta degli orrori patiti, impazzì finendo i suoi giorni in un manicomio, nel 1935.
Tra il maggio e il luglio del 1915, gli ottomani, spalleggiati da bande curde (2) e da reparti formati da ex detenuti, setacciarono le comunità delle province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput, dove soprattutto i reparti curdi depredarono e massacrarono migliaia tra donne, vecchi e bambini e decine di sacerdoti a molti dei quali, prima dell’esecuzione, furono strappati gli occhi, le unghie e i denti. Gevdet Bey, vali (governatore) della città di Van e cognato del ministro della Difesa Enver Pascià, era solito fare inchiodare ai piedi dei prelati ferri di cavallo arroventati. Stando ad un rapporto del console statunitense ad Ankara, nel luglio 1915, diverse migliaia di soldati armeni inquadrati nell’esercito ottomano e reduci dalla disastrosa campagna del Caucaso (scatenata nel dicembre del 1914 da Enver Pascià contro le forze zariste al comando del generale Nikolai Yudenich) furono improvvisamente disarmati dai turchi e spediti nelle zone di Kharput e Diyarbakir con il pretesto di utilizzarli nella costruzione di una strada. Ma una volta giunti sul posto essi vennero tutti fucilati.
Solitamente, i turchi organizzavano le deportazioni di massa trasferendo i loro prigionieri in località piuttosto remote. Una delle destinazioni prescelte fu la desolata regione siriana di Deir al-Zor, dove centinaia di intere famiglie armene furono ammassate e lasciate morire di stenti in primordiali lager privi di baracche e servizi igienici.. In terra siriana vennero anche spediti migliaia di giovani ragazze e ragazzi armeni che riuscirono però a scampare alla morte in parte perché venduti a gestori arabi di bordelli per etero e omosessuali, e in parte perché rinchiusi negli speciali orfanotrofi per cristiani gestiti da Halide Edip Adıvar, una sadica virago incaricata da Costantinopoli di ‘rieducare’ I piccoli armeni.
“Le deportazioni – annotò in questo periodo il diplomatico tedesco Max Erwin von Scheubner-Richter -furono giustificate dal governo turco con la scusa di un necessario spostamento delle comunità armene dalle zone interessate dalle operazioni militari (Anatolia orientale e nord orientale, n.d.a) (…) Non escludo che gran parte dei deportati furono massacrati durante la loro marcia. (…) Una volta abbandonati i loro villaggi, le bande curde e i gendarmi turchi si impadronivano di tutte le abitazioni e i beni degli armeni, grazie anche ad una legge del 10.6.1915 ed altre a seguire che stabiliva che tutte le proprietà appartenenti agli armeni deportati fossero dichiarate “beni abbandonati” (emvali metruke) e quindi soggetti alla confisca da parte dello Stato turco”. E a testimonianza dei risvolti economici della strage, basti pensare che “i profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacchè dai beni rapinati agli armeni arrivarono a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”. Nell’inverno del ‘15, il conte Paul Wolff Metternich decise di riferire al ministero degli Esteri tedesco il protrarsi “di questi inutili e crudeli eccidi”, chiedendo un intervento ufficiale presso la Sacra Porta Venuti al corrente della protesta, Enver Pascià e Taalat Pascià chiesero a Berlino la sostituzione di Wolff-Metternich che nel 1916 dovette infatti rientrare in Germania.
Va comunque detto che non tutti i governatori turchi accettarono di eseguire per filo e per segno gli ordini di Costantinopoli. Nel luglio 1915, ad esempio, il vali di Ankara si oppose allo sterminio indiscriminato di giovani e vecchi, venendo rimosso e sostituito da un funzionario più zelante, tale Gevdet, che nell’estate del ‘15 a Siirt fece massacrare oltre 10.000 tra armeni ortodossi, cristiani nestoriani, giacobini e greci del Ponto. Resoconti sui molteplici eccidi sono registrati anche nelle memorie di altri addetti diplomatici francesi, bulgari, svedesi e italiani (come il console di Trebisonda, Giovanni Gorrini) presenti all’epoca in Turchia
Nonostante tutto, il governo turco non si reputava ancora soddisfatto di come stava procedendo la risoluzione del “problema armeno”. “In base alle relazioni da noi raccolte – annotò il 10 e il 20 gennaio del 1916, il notabile Abdullahad Nouri Bey - mi risulta che soltanto il 10 per cento degli armeni soggetti a deportazione generale abbia raggiunto i luoghi ad essi destinati; il resto è morto di cause naturali, come fame e malattie. Vi informiamo che stiamo lavorando per avere lo stesso risultato riguardo quelli ancora vivi, indicando e utilizzando misure ancora più severe (…) Il numero settimanale dei morti non è ancora da considerarsi soddisfacente”.
Nel 1916, Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal diedero quindi un ulteriore giro di vite, intimando ai loro governatori e ai capi di polizia di “eliminare con le armi, ma se possibile con mezzi più economici, tutti i sopravvissuti dei campi siriani e anatolici”. In questa fase del massacro ebbe modo di distinguersi per efficienza il governatore del già citato distretto di Deir al-Azor, Zeki Bey, che - secondo quanto riportano James Bryce e Arnold Toynbee in The Treatment of Armenians in the Ottoman Empire, 1915–1916 - “rinchiuse 500 armeni all’interno di una stretta palizzata, costruita su una piana desertica, e li fece morire di fame e di sete”. Durante l’estate del 1916, gli uomini di Zeki eliminarono complessivamente oltre 20.000 armeni. A dimostrazione della criminale sfacciataggine dei leader turchi, basti pensare che Taalat Pascià arrivò a vantarsi dell’efficienza del suo governatore con l’ambasciatore americano Henry Morgenthau, Sr., al quale egli ebbe anche il coraggio di chiedere “l’elenco delle polizze assicurazioni sulla vita che gli armeni più ricchi (deceduti nei campi di sterminio) avevano precedentemente stipulato con compagnie americane, in modo da consentire al governo di incassare gli utili delle polizze”.
Altrettanto crudele ed anche beffardo risultò il destino delle comunità armene dell’Anatolia orientale che, grazie anche all’intervento dell’armata zarista, erano riuscite a trovare momentaneo rifugio nelle valli del Caucaso. In seguito alla rivoluzione bolscevica del 1917, l’esercito russo si era infatti ritirato dall’Anatolia orientale e dalla Ciscaucasia, abbandonando gli armeni al loro destino. Rioccupata l’importante città-fortezza di Kars, le forze ottomane iniziarono una vera e propria caccia all’uomo, eliminando circa 19.000 cristiani. Identica sorte toccò a quei profughi armeni che, rifugiatisi in Azerbaigian, furono massacrati dalle locali minoranze mussulmane tartare e cecene che, nel 1918, nella sola area di Baku, ne eliminarono 30.000.
Ma la guerra stava ormai volgendo al termine e nell’imminenza del crollo della Sublime Porta, i responsabili delle stragi iniziarono a dileguarsi. Quando, nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese alle forze dell’Intesa, i principali dirigenti del partito dei Giovani Turchi vennero arrestati dai britannici ed internati a Malta per un breve periodo. A carico dei fautori e degli esecutori dei massacri fu intentato un processo svoltosi nel 1919 a Costantinopoli sotto la supervisione del nuovo primo ministro Damad Ferid Pascià che alla Conferenza di pace di Parigi, il 17 luglio 1919 aveva ammesso i crimini perpetrati ai danni degli armeni.
Lo scopo del processo di Costantinopoli non era in realtà quello di rendere giustizia al popolo armeno e di chiarire le colpe pregresse dell’amministrazione ottomana (cioè quelle di prima della Grande Guerra), bensì quello di scaricare tutte le colpe sui leader dei Giovani Turchi, sicuramente responsabili, ma che avevano potuto portare a compimento il loro piano di sterminio, grazie alla connivenza di larghi strati della burocrazia civile e militare. Il processo si risolse quindi in una farsa, senza considerare che nei confronti dei molti imputati condannati in contumacia (nell’autunno del 1918 quasi tutti erano riusciti ad abbandonare al Turchia), non furono mai presentate richieste di estradizione. Non solo. In una fase successiva anche i verdetti della corte vennero in gran parte annullati ed archiviati.
Nell’ottobre del 1919, a Yerevan, i vertici del partito armeno Dashnak, più che mai decisi a farsi giustizia, misero a punto un piano (l’Operazione Nemesis) per eliminare di circa 200 tra uomini politici, funzionari turchi e ‘collaborazionisti’ armeni ritenuti direttamente o indirettamente responsabili del genocidio.
Il 15 marzo del 1921, a Berlino, l’ex ministro degli Interni Talaat Pascià, il principale artefice dell’olocausto armeno, venne ucciso da Solomon Tehlirian che, tuttavia, dopo essere stato arrestato e processato, nel mese di giugno dello stesso anno sarà graziato da un tribunale tedesco. Il 18 luglio 1921, fu la volta di Pipit Jivanshir Khan, coordinatore del massacro di Baku, assassinato a Constantinopoli, da Misak Torlakian. Il killer fu arrestato, ma rilasciato dalla polizia inglese. Il 5 dicembre, a Berlino, l’agente Arshavir Shiragian eliminò l’ex primo ministro turco Said Halim Pascià. Shiragian scampò all’arresto, rientrando poi a Constantinopoli. Il 17 aprile 1922, sempre a Berlino, Aram Yerganian, spalleggiato probabilmente da un altro sicario (il misterioso “agente T”) da lui ingaggiato, freddò Behaeddin Shakir Bey, coordinatore dello speciale Comitato ittihadista e Jemal Azmi, il ‘mostro’ di Trebisonda, responsabile della morte di 15.000 armeni, e già condannato, nel 1919, alla pena capitale da un tribunale militare turco che tuttavia non aveva ritenuto opportuno rendere esecutiva la sentenza. Il 25 luglio 1922, fu la volta dell’ex ministro della Difesa Jemal Pascià che a Tbilisi cadde sotto i colpi di Stepan Dzaghigian e Bedros D. Boghosian. Curiosa, ma decisamente consona al personaggio fu invece la fine di Enver Pascià, probabilmente il più ambizioso e idealista dei triumviri turchi, il “piccolo Napoleone” dell’impero e il più tenace propugnatore del movimento “internazionalista” turco. Rifugiatosi tra le tribù dell’Asia Centrale, dove pensava di realizzare il suo antico sogno panturanico, cioè la creazione di una Grande Nazione Turca, agli inizi degli anni Venti Enver scatenò una rivolta mussulmana contro il potere sovietico. Ma il 4 agosto 1922, nei pressi di Baldzhuan, località del Turkestan meridionale (oggi inclusa del territorio del Tagikistan) egli venne sconfitto e ucciso con pochi suoi seguaci da preponderanti forze bolsceviche.
FINE

NOTE:
1) Il termine “genocidio” fu coniato negli anni Quaranta dal giurista americano di origine ebreo-polacca Raphael Lemkin proprio in riferimento alla repressione armena.
2) A proposito della collaborazione fornita dai curdi al governo centrale, va ricordata l’istituzione da parte del sultano dei reggimenti Hamidye, reparti paramilitari dipendenti dall’esercito e dalla gendarmeria turchi, che vennero largamente utilizzate per depredare o incendiare le comunità armene “ribelli”).

venerdì 4 aprile 2008

Burning of Smyrna

Be aware of some bloody scenes.

According to the Ottoman census in 1915 there were 2.601.312 Greeks(Rum) that lived in Minor Asia...few years later almost 1.200.000 were forced to leave their homes and came to (nowdays) Greece...the rest more than one million greeks were exterminated ...

Also hundred thousands greeks of Constantinople (nowdays Istanbul) who where supposed to be protected (included greeks of Imvros, Tenedos) by Treaty of Lozannes, after numerous deportations and pogroms, were all vanished ....like armenians...

The expansion of Turkish Propaganda in U.S. Congress



REP. ADAM SCHIFF: Thank you, Madam Chair. Madam Secretary, welcome.About a week or so ago, Madam Secretary, you and Secretary Gates sent a letter to some of the chairs of committees here on the Hill opposing recognition of the Armenian genocide.This concerned me for a number of reasons, not the least of which that I don't see how we can have the moral authority that we need to condemn the genocide going in Darfur if we're unwilling to recognize other genocides that have taken place, if we're unwilling to recognize the first genocide of the last century, where 1.5 million people lost their lives.We're all well aware of how the Turkish lobby and Turkey has, either implicitly or explicitly, threatened because it doesn't want the genocide recognized and its own difficulty in coming to grips with that chapter of Ottoman history.So I'm not going to ask you about that, but I do want to ask you, is there any -- do you have any doubt, in your mind, that the murder of 1.5 million Armenians between 1915 and 1923 constituted genocide? Is there any doubt about that, in your mind?
SECRETARY OF STATE CONDOLEEZZA RICE: Congressman, I think that these historical circumstances require a very detailed and sober look from historians and what we've encouraged the Turks and the Armenians to do is to have joint historical commissions that can look at this, to have efforts to examine their past and, in examining their past, to get over their past.But I will tell you, Congressman, I don't think that it helps that process of reconciliation for the United States to enter this debate at that level. I just don't think it's helpful.
SCHIFF: Madam Secretary, your comments, you think that there should be some kind of debate or discussion about the genocide suggests that you have a question about whether genocide occurred.Is that correct?
RICE: Congressman, I believe that this is something that Turks and Armenians are best to address through their own processes of coming to terms with their history.Lots of people have had to come to terms with their history...
SCHIFF: Yes, and, Madam Secretary, we have to come to grips with our own history.
RICE: Yes.
SCHIFF: And we did.
RICE: I personally am well aware of that.
SCHIFF: But, Madam Secretary, you come out of academia.
RICE: Yes.
SCHIFF: Is there any historic debate outside of Turkey? Is there any reputable historian you're aware of that takes issue with the fact that the murder of 1.5 million Armenians constituted genocide?
RICE: Congressman, I come out of academia, but I'm secretary of state now and I think that the best way to have this proceed is for the United States not to be in the position of making this judgment, but rather for the Turks and the Armenians to come to their own terms about this.Lots of people are coming to terms with their history in Asia, in Europe people have had to come to terms with their own history and that's...
SCHIFF: Madam Secretary, we have no reluctance to recognize genocide in Darfur. We have no reluctance to talk about the Cambodian genocide or the Rwandan genocide or the Holocaust.Why is it only this genocide? Is it because Turkey is a strong ally? Is that an ethical and moral reason to ignore the murder of 1.5 million people? Why is it we don't say, "Let's relegate the Holocaust to historians" or "relegate the Cambodian genocide or Rwandan genocide ?" Why is it only this genocide that we should let the Turks acknowledge or not acknowledge?And, Madam Secretary, Hrant Dink, who was murdered outside of his office, is not a testimony to Turkish progress. The fact that Turkey brought a Nobel-winning author up on charges of insulting Turkishness because he talked about the murder of the Armenians doesn't show great efforts of reconciliation of Turkey.Why is it only this genocide we're incapable of recognizing?
RICE: Congressman, we have recognized and the president recognizes every year in a resolution that he himself issues the historical circumstances and the tragedy that befell the Armenian people at that time.We do recognize it. But I don't -- if you'll just allow me. I do not see that this situation is going to get better in the sense that it allows Turks and Armenians to move on to deal with their present unless we are able to let them deal with their past as to the murder that you...
SCHIFF: Madam Secretary, because I'm going to run out of time.You recognize more than anyone, as a diplomat, the power of words.
RICE: Yes.
SCHIFF: And I'm sure you supported the recognition of genocide in Darfur, not calling it tragedy, not calling it atrocity, not calling it anything else, but the power and significance of calling it genocide .Why is that less important in the case of the Armenian genocide?
RICE: Congressman, the power here is in helping these people to move forward. After the murder that you talked about, Turks went into the streets to embrace Armenians and to say that this is not the way that Turks behave.The foreign minister himself has called into question the issue of arresting people for Turkishness. I do think that there is an evolution that is going on in a Turkey that is democratizing and democratizing before our very eyes and where Turks will be able to deal better with their history.But I do believe that people are better left to try and deal with this themselves if they're going to be able to move forward.We have to ask ourselves, "What is the purpose here," and I think the purpose is to acknowledge, of course, the historic tragedy, but the purpose is also to allow Turks and Armenians to be able to move forward.And, yes, Turkey is a good ally and that is important. But more important is that like many historical tragedies, like many historical circumstances of this kind, people need to come to terms with it and they need to move on.We've done that in our own country. People have done it in Europe. People have done it in Asia and I think...
SCHIFF: Madam Secretary...
(CROSSTALK)
RICE: ... the best to have them move forward together.
LOWEY: Thank you, Mr. Schiff.

giovedì 3 aprile 2008

Sono Siamanto

Sono nato nel 1878 a Agn, Turchia, in una città sulle rive del fiume Eufrate. Poi mi sono trasferito a Costantinopoli dove ho finito gli studi, nel 1896,durante i sanguinosi "Massacri Hamidiani" . Per salvaguardarmi dalle persecuzioni, ho dovuto trasferirmi in Egitto come altri intellettuali armeni .
Nel 1897 sono andato a Parigi per frequentare la prestigiosa Università Sorbonne, attratto da Filosofia e Letteratura Medio-Orientale. Poi, sono andato a Ginevra per lavorare presso il giornale armeno "Bandiera", il quale condannava le Autorità turche che non concedevano uguali diritti emaggiore autonomia ai sudditi Armeni.
Nel 1908 sono rientrato a Costantinopoli con altri Armeni, in quanto c'erastato un cambiamento nella Costituzione del Governo Ottomano, ma i Turchi chiarirono che non ci sarebbe stato nessun cambiamento per la perpetuazione del "Massacro di Adana"( http://www.zadigweb.it/amis/testim.asp?idtes=57&idsch=50 ) .
Sono stato ancora costretto a vedere scorrere il sangue armeno. Questi eventi mi hanno spinto a scrivere il mio famoso " Notizie Rosse Da Mio Amico" .
Nel 1910 sono stato negli Stati Uniti dove ho lavorato presso il giornale Hayrenik.Dopo 3 anni mi son recato a Tiblisi. Prima di arrivare alla mia destinazione finale,ho visitato le Terre Armene come il Monte Ararat, il Khor Virab e l'Echmiadzin.
Ed infine, nel 1915, in compagnia con tanti armeni intellettuali, anch'io sono statoucciso da parte delle Autorità turche, durante il Genocidio Armeno. La mia colpa? Essere un intellettuale armeno, essere cristiano, essere l'amico di Pabgen Siuni, anche lui nato in Agn e che occupò la Banca Ottomana il 26 Agosto 1896.
Ma, tutt'ora vivo nel cuore di tutti gli Armeni.

I am Siamanto

I was born in 1878, in the town on Agn (Armenian: Ակն) on the shores of the river Euphrates. Graduated in 1896, during the same year of the bloody Hamidian massacres, like many other Armenian intellectuals, I fled the country for fear of persecution, ending up in Egypt.In 1897, I moved to Paris and enrolled in literature at the prestigious Sorbonne University: I was captivated by philosophy and Middle Eastern literature.
From Paris I moved to Geneva in Switzerland, and worked for the newspaper Flag (Troshag, Armenian: Դրօշակ), which was condemning the Turkish authorities and trying to get international attention for the plight of the Armenians, and demanding equal rights for Armenians and more autonomy.
In 1908, along with many other Armenians, I returned to Constantinople. The reason for our return was the change in the Ottoman government wherein the constitution was enacted. Freed from the fear of persecution, I returned. However, in 1909, the Turkish government made it clear that they were not safe by perpetrating the Adana massacre. I was once again deeply affected by the bloodshed. These events lead me to write my famous "My Friend’s Bloody News" (Garmir loorer paregames Armenian: Կարմիր լուրեր Բարեկամէս).
In 1910, I moved to the United States and immediately found employment at the Homeland newspaper Hayrenik (Armenian: Հ այրենիք).
Three years later I moved once again, this time to the city of Tbilisi. On the way to my destination, I visited many famous Armenian landmarks such as Mount Ararat, Khor Virap and Echmiadzin.
And finaly...in 1915, I was killed by the Turkish authorities during the Armenian Genocide.
But I'm always alive in the heart of all Armenians....

martedì 1 aprile 2008

Milano candidata all'Expo 2015

31 Marzo 2008, Parigi, Palais des Congrès - La votazione finale ha portato la vittoria di Milano - Italia con 86 voti contro i 65 andati a Smirne. Il Sindaco è stato subito applaudito e c'è stato un coro ''Letizia, Letizia''
Affranta la delegazione turca - Da un lato il risultato positivo italiano e dall'altro parte la tristezza della delegazione turca, particolarmente rumorosa durante le operazioni di voto al punto di inscenare una finta festa con canti e balli annunciando una falsa vittoria. Subito dopo la prima prova di votazione, ai componenti della delegazione di Smirne era arrivata la ''notizia'' che la città turca avesse vinto nella gara con Milano per ottenere la designazione a sede dell'Expo. Le urla di contentezza, accompagnati da vere e proprie danze, sono state rinviate in Turchia dalle televisioni provocando scene di entusiasmo anche nel Paese. Ma poco dopo l'equivoco si è chiarito, prima nella sala del Palais des congres e, dopo, a Smirne. Quindi la delusione quando è stata ufficializzata la vittoria di Milano.
"Se il Sindaco di Smirne lo vorrà, faremo in modo che il loro progetto faccia parte del nostro". Lo ha detto Letizia Moratti pochi minuti dopo l'assegnazione dell'Expo a Milano.

http://www.youtube.com/watch?v=Zs9XB6DdlOw&feature=PlayList&p=D31BDED6AE25FAF9&index=23

Siamanto